IL SABATO DEL VILLAGGIO

Leopardi ha descritto molto bene il senso positivo dell’attesa in una delle sue più famose poesie: “Il sabato del villaggio”. Si, proprio quella che la maggior parte di noi ricordano come una specie di cantilena che fa “ la donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole col suo fascio dell’erba, e reca in mano un mazzolin di rose e di viole, onde, siccome suole, ornare ella si appresta. dimani, al dí di festa, il petto e il crine.”

Ma leggendola tutta potremmo dire che

Il sabato STA alla domenica COME la giovinezza STA alla maturità

Paragona l’attesa del giorno di festa alla giovinezza che brama di diventar matura con tanto di ammonizione finale a non aver fretta di diventar maturi perché il momento più bello, spensierato e felice è proprio quello della giovane età, esattamente come lo è il sabato nell’aspettativa della domenica.

Questa cosa, quando tra un dinosauro e l’altro studiavo Leopardi, mi aveva colpita e ci avevo riflettuto molto. Infatti, strano a dirsi, ancora me la ricordo nonostante i dinosauri siano ormai estinti.

Posso dire che con il passare degli anni e con l’acquisizione di maggiore consapevolezza, si impara ad apprezzare di più il “viaggio” della “méta”. Credo anche che se si imparasse davvero ad “esperar” si riuscirebbe a rendere più positiva la vita intera visto che, come si usa dire, “la vita è tutta un’attesa” anzi direi “la vita è tutta un’aspettativa” e guai se così non fosse!

Solo che poi, quando all’improvviso ti ritrovi alla “domenica”, ti rendi conto che buona parte di quel bel “sabato” lo hai sprecato a crearti problemi che, con il senno di poi, capisci bene quanto te li saresti potuti risparmiare…

Una volta un mio amico, in un suo momento di filosofia spicciola, disse: “La vita è una grande fregatura, sogni cose che non farai mai e fai cose che non avresti mai sognato di fare”. Vabbé ma anche fare cose che non avresti mai sognato di fare mica sarà sempre negativo no? Personalmente credo che nella vita ci accorgiamo spesso di avere delle risorse inaspettate a cui attingiamo quando ne abbiamo necessità.

Bisognerebbe trovare il giusto equilibrio per prolungare il “sabato” evitando di scadere nel patetico, come chi non riesce ad accettare il tempo che passa. C’è un tempo per tutto e un bello per ogni tempo. Almeno a parole è così… 🙂1508593_220727791444455_190151471_n

 

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FRIDA (qualche anno fa)

Eccomi qui, con tutto l’amore che posso verso me stessa, con quel rispetto nei confronti della mia personale dignità che esigo, perché mi spetta. E prima di tutto lo devo esigere proprio da me stessa perché sono convinta che questo sia il giusto atteggiamento per averne dagli altri.

Oggi venendo da Frida finalmente ho fatto ciò che desideravo fare da tempo, così, anche per mettere alla prova quel continuo asserire che nessuno nella mia vita è indispensabile perché sono in grado di essere “abbastanza” per me stessa. Me lo sono ripetuto tante volte negli ultimi tempi, mi sono sfinita di acrobazie mentali e invece mi sarebbe semplicemente bastato prendere ancor più consapevolezza della vita che ho scelto di fare per constatare che di quell’”abbastanza” ne ho fatto un uso più che sfrenato, con tutte le relative conseguenze. Si perché la vita, per quanto banale possa essere affermarlo, è conseguenza delle nostre scelte (ok anche una buona dose di culo spesso fa la differenza, lo so). E anche se a volte sarebbe bello condividere magari anche solo una decisione che ti spaventa (poggiando la testa sulla spalla di qualcuno, ricevendo un bacio in fronte e sentendosi dire “non ti preoccupare, ci penso io” senza doversi svegliare tutta sudata perché era solo un sogno!), si, anche se a volte certe cose che inevitabilmente mancano ti farebbe piacere riceverle, va bene così, ci “abbastiamo” e diventiamo bravi ad “abballare” anche sotto la pioggia (il plurale non è casuale…).

Insomma, sto finalmente “ascoltando” le sue opere e lo faccio “di pancia” perché purtroppo non sono un’esperta d’arte (scelta mia anche questa, quella di non ascoltare i miei reali interessi per dare spazio alle esigenze di altri. Siccome però “IO ESISTO” mi ripiglio tutto, devo!). Criticabile e criticato sicuramente da qualcuno questo mio modo di approcciare alle opere della Kahlo ma è l’unico che conosco e questo utilizzo: “ascolto” perché secondo me i dipinti “dicono”. In tutta sincerità i suoi quadri, almeno visti su internet, li ho sempre trovati un bel po’ inquietanti. Per questo ero e sono molto curiosa di vedere che effetto mi faranno quando ci sarò davanti.

Si perché una donna che ha avuto una vita così intensa e particolare, segnata dal dolore e dai tradimenti (tra cui quello di una sorella, tradimento che credo sia ancora più difficile da elaborare) non può non trasmetterti qualcosa di altrettanto intenso. Ma forse esagero, forse anche questo dipende dalla sensibilità e dal percorso di vita che uno ha fatto. Magari una persona che nella vita ha avuto tutto troppo facile e pianificato non percepisce quello che potrebbe percepire chi invece si è sudato tutto, lavoro, amore, salute (e qui il richiamo alla buona dose di culo ci sta tutto). Questo è uno dei motivi per cui provo un po’ di antipatia verso quelli che ci vanno perché ormai anche lei è di moda. Ecco, fare numero davanti alle opere di una donna che ha avuto una storia così complicata lo trovo poco rispettoso. Non deve piacere per forza quello che ha fatto, sia dal punto di vista artistico che personale, io nemmeno sono sicura che mi piaceranno le sue opere… però va rispettata.

Come entro ho la sensazione che tutto sia un po’ troppo asettico. Ma vabbé che potevo trovare, l’atmosfera colorata e rumorosa del locale messicano dove insegnava o il letto a baldacchino con lo specchio sopra? Calma SoloMari, forse è frenesia emozionale la tua o più semplicemente l’insofferenza ai “io te l’avevo detto”. Però non funziona così, io mi sono documentata da mesi in previsione di essere qui. Magari ho sbagliato, magari ho esagerato con le aspettative. Magari non ci ho capito niente! Magari sarebbe meglio che mi chiedessi se sono davvero io che non ci ho capito niente…e, in ogni caso, qualora fossi proprio io, almeno ci ho messo passione e lealtà.

Colpisce il fatto che lei era destinata a fare il medico se non avesse avuto l’incidente. Se questa donna non fosse passata attraverso quella tragedia sarebbe rimasta una perfetta sconosciuta. Invece è diventata addirittura un’icona del femminismo. A me da più l’idea di una costretta a stupire, a faticare il doppio per rincorrere quell’accettazione che non passa attraverso la commiserazione. Sicuramente “avanti” rispetto alla sua epoca, non proprio “femminista”. Bellissima l’idea delle case separate, anzi collegate da un ponte. Questo mi trova molto in sintonia con lei (d’altra parte siamo nate lo stesso giorno…qualcosa vorrà dire no?). Il ponte è il simbolo del legame che ci sarà sempre fra due persone che si sono amate veramente, anche quando si separano. Ma questo “simbolo” può essere accettato solo se ciò che hai condiviso è stato più forte della delusione di scoprire la parte peggiore dello sconosciuto che hai avuto al tuo fianco. Nonostante la poetica immagine del ponte mi trovi in sintonia e sia molto bella, nella realtà devo ammettere che io avrei messo un fossato con i coccodrilli (affamati)… Lo dico sempre che in teoria non temo rivali. E’ la pratica che mi frega!

Lei ha detto che non era surrealista perché non dipingeva sogni ma la sua realtà. Ecco io, a differenza di altri che vedono nei suoi quadri comunque una speranza, ne percepisco un’essenza cupa. Come se tra quello che dipingeva e quello che poi ostentava nella vita reale ci fosse una grossa contraddizione. Gli sfondi dei suoi numerosi autoritratti sono sempre scuri mentre ho notato che i ritratti di altri spesso non hanno questa caratteristica. Lei non sorride mai, occhi fissi e bocca carnosa, forse più della realtà. Quasi ogni quadro che la rappresenta ha un richiamo al suo Diego Rivera, una sua piccola immagine, a volte in fronte, come a voler dimostrare che era la sua idea fissa. Certo mi viene da pensare che il buon Diego doveva essere un uomo straordinariamente affascinante dal punto di vista intellettivo, forse la sua cultura e il suo cervello andavano a compensare quell’aspetto così poco gradevole. L’aspetto gradevole se non è supportato da cervello, cultura, ironia è solo una specie di fotografia, sterile e inutile. Qualcosa che ti stanca, qualcosa con cui non hai scambi e che non puoi alimentare né tenere vivo. Capisco perfettamente, quindi, quanto possa essere profondo amare un uomo indipendentemente dall’aspetto fisico. Si credo proprio che fosse una persona speciale, un uomo di quelli che osservano e amano l’animo (e non solo) femminile a 360 gradi.

Due suoi dipinti esposti, contrariamente a quelli di Frida, sono un’esplosione di luce, con quell’infinito tappeto di calle luminosissime, danno quasi una sensazione di candore (strana questa cosa però…). Belli davvero o almeno, a me sono piaciuti. Uno è un ritratto di donna nuda, la moglie di……………(che pare abbia avuto una relazione con entrambi, dipinta anche da Frida…) e traspare, guardandolo, la sua profonda conoscenza della donna in ogni sua espressione, non solo fisica.

Il loro è stato, comunque, un legame forte. Così diversi eppure così in simbiosi. O meglio…in simbiosi magari lo erano solo dal punto di vista cerebrale perché per il resto sono stati molto ma molto alternativi (nel senso che si alternavano a vicenda con qualcun altro…). ”…è stata solo una scopata, niente altro…ho trasmesso più affetto in una stretta di mano!”. Ecco, allora la domanda sorge spontanea: ma che lo hai fatto a fare??? Che vogliamo non considerarli tradimenti quando il sentimento non c’è? Beh questo è un argomento che mi fa annodare lo stomaco. Si, sono convinta anche io che fa meno male una botta di sesso del proprio partner con qualcuno che non sei tu piuttosto che una storia di sentimenti, cosa, peraltro, che considero il “vero” tradimento. Ma di fatto non è indolore neanche il primo. E, scusate tanto il cinismo, preferirei piangerti morto piuttosto che traditore, così almeno potrei conservare di te un buon ricordo! In fondo sarebbe come pensare al tuo bene, tutelare la tua immagine da vivo …

Quindi, Frida, cosa ti ha indotto a prestarti a questo gioco al massacro per una vita intera? L’amore? Quello che c’è stato tra di voi si può definire amore? Ma quante sfaccettature può avere un rapporto a due? Come è possibile che una persona sostenga di “amare” se poi tradisce e lo fa in maniera seriale e recidivante? Forse un tradimento stile “stretta di mano” può anche essere un test sulla solidità di un sentimento. Ma tante, troppe “strette di mano” non hanno senso. Almeno non per chi, comunque, decide di sposarsi e… risposarsi… No, le due situazioni non sembrano affatto compatibili.

Nessuno è santo e le occasioni, la promiscuità, lo stretto contatto mandano in corto circuito anche le menti più bacchettone, di pari passo con i loro ormoni… Però se si sceglie di non essere un “io” e un “tu” semioccasionali e si decide di essere un “NOI” tendente all’infinito (ammesso che esista), le cose dovrebbero essere un tantino diverse. Quanto meno le intenzioni.

Altra sofferenza la sua gravidanza resa impossibile da tutte le vicissitudini che le hanno devastato il fisico. Anche questa così ricorrente nei suoi dipinti. Perché? Puro desiderio di maternità o di legame indissolubile con il suo Diego? Ma l’amore non dovrebbe far stare bene? Oppure: ma l’amore non dovrebbe essere un percorso solidale, di quelli che si riconoscono sulla lunghezza, fatto di impegno che non affatica, qualcosa che si protegge, si coltiva, si alimenta per la gioia che ti dovrebbe tornare indietro nel farlo? No basta, per carità, troppo impegnativo questo discorso.

L’opera di Frida che mi ha più colpita è stata l’ultima: l’autoritratto con la colomba. Quello sguardo io l’ho visto, uno sguardo rassegnato che sta guardando oltre, perché è già altrove e nessuno può fare niente per trattenerlo. Quel viso che si sta allontanando quasi cancellandosi mi ha fatto ricordare una sensazione vissuta, fatta di impotenza, di stordimento, di sconforto costretto a diventare un sollievo carico di sensi di colpa, fino a quella grande sensazione di freddo. Certi vuoti non si colmano, certi dolori non passano, ci si organizza, si impara a conviverci. Forse questo è proprio quello che ha fatto lei nella sua vita, ha “organizzato” tutti i suoi dolori in ostentata gioia di vivere.

Ma forse non ci ho capito un tubero io.

 

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IS A DARK ROAD

E’ una strada buia, si certo ma la voglio percorrere tutta a questo punto. E’ una di quelle strade antiche che si trovano qui a Roma, lastricata di sampietrini. E io sono inginocchiata che li rimuovo a mani nude, uno ad uno. Li estirpo come fossero erbacce e li poggio ai lati. Il dolore è forte, le mani sanguinano e la voglia di dire basta mi assale. Alzo la testa e in piedi di fronte a me vedo lo sguardo severo di chi mi assiste in questo percorso che sviscera tutto il dolore interiore e le sue origini. Non puoi mollare mi dicono quegli occhi. E io non mollo. Continuo piegata in due, devastata dalla visione chiara di ciò che ignoravo solo io. Incredula per quanta cattiveria gratuita. Avevo bisogno di credere, avevo bisogno di fidarmi. Ma certi mostri hanno facciate decorate e non li riconosci. “There’s no water that can wash away this longin’ to come clean…” No, non c’è acqua che possa pulire dal fango quei ricordi … Ora il percorso è lungo, doloroso, difficile ma è solo mio. Toglierò tutti i sampietrini per poi ricollocarli uno ad uno perfettamente, con tutti i lati che coincidono, senza lasciare il minimo spazio. Allora io sarò una persona nuova, non sprecherò più l’amore perché riuscirò finalmente ad amare me stessa.

“Ma sempre ci sarà un buco nel muro dell’ inverno per rivedere l’estate più bella…e senza che nessuno li chiami i ricordi felici vengono a dir presente, a riprendere posto accanto al fuoco vivo” (J. Prevert)

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